E’ Capodanno, non buttate via le vecchie minusvalenze!

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Si avvicinano le chiusure d’anno per i principali mercati finanziari mondiali, e l’investitore accorto in questo periodo non dovrebbe mai dimenticare di verificare in tempo utile la situazione delle minusvalenze del suo “zainetto fiscale“, per non incorrere in spiacevoli inefficienze fiscali.

Che cosa si intende con l’espressione “zainetto fiscale”? Le banche spesso identificano così la situazione dei conteggi relativi ad eventuali minusvalenze maturate nel corso degli anni per ciascun cliente. Minusvalenze che, a determinate condizioni, si possono compensare con i guadagni successivamente realizzati, ma la normativa in tal senso è piuttosto complicata e vale la pena analizzarla nel dettaglio.

Innanzitutto, è necessaria una premessa: in questo articolo tratteremo di plusvalenze e minusvalenze generate in regime di risparmio amministrato, ovvero il metodo di calcolo fiscale solitamente applicato ai dossier titoli. Altri strumenti, ad esempio le gestioni patrimoniali individuali o le polizze unit linked, seguono un modello di calcolo differente, meno vincolato alle scadenze annuali e che pertanto analizzeremo in un’altra occasione.

MINUSVALENZE: COME SI GENERANO, A CHE COSA SERVONO, QUANTO DURANO

Il termine “minusvalenza” si riferisce, come si capisce facilmente, a una perdita che sia stata realizzata nell’ambito di un’attività di investimento.

Attenzione al concetto di “perdita realizzata“, fondamentale per ciò di cui stiamo trattando. Dobbiamo considerare soltanto le perdite che si sono già effettivamente “materializzate” nel nostro deposito titoli nel momento in cui facciamo l’analisi: eventuali titoli che abbiamo ancora in posizione e che valgono meno di quanto li abbiamo pagati non determinano minusvalenze contabili, perché non sono ancora diventate “fiscalmente rilevanti”.

Una minusvalenza può generarsi, ad esempio, in occasione della vendita di una azione, di un etf o di un fondo comune ad un prezzo inferiore rispetto a quello pagato per l’acquisto, oppure per il rimborso a 100 di una obbligazione che avevamo comprato “sopra la pari” (ovvero ad un prezzo superiore al valore nominale convenzionale di 100). Per la determinazione della perdita effettiva, si tengono in considerazione anche le commissioni e le spese amministrative che vengono pagate per acquisti, vendite e sottoscrizioni degli strumenti finanziari.

La minusvalenza così generata viene messa nello “zainetto fiscale” del codice fiscale a cui lo strumento finanziario era intestato (in caso di cointestazione, le minusvalenze si ripartiscono in egual misura) e diventa compensabile con futuri guadagni (solo su certi strumenti finanziari, come vedremo tra poco) per un periodo di 4 anni più quello in cui è maturata (per fare un esempio, una minusvalenza generata a maggio 2016 sarà compensabile fino al 31 dicembre 2020). Ecco perché, come dicevamo in apertura, diventa importante verificare la propria situazione in prossimità della fine dell’anno.

LE DIFFERENTI TIPOLOGIE DI REDDITO FINANZIARIO PER LA NORMATIVA ITALIANA

Se si hanno minusvalenze in scadenza entro la fine dell’anno, è opportuno cercare di recuperarle in tempo utile affinché non vadano sprecate. Il beneficio che se ne può ricavare, in termini di performance del portafoglio, è infatti tutt’altro che trascurabile.

Come è possibile recuperare le minusvalenze pregresse? Bisogna essere in possesso di strumenti finanziari sui quali sia possibile realizzare un profitto, più comunemente detto “capital gain”. Per spiegare questo concetto, dobbiamo affrontare il tema della classificazione dei guadagni da investimenti secondo la legge italiana.

In base alle attuali norme sulla fiscalità (definite dal TUIR, Testo Unico delle Imposte sui Redditi), esistono due tipi di utile che possono derivare da un investimento finanziario:

  • redditi di capitale: rientrano in questa categoria i proventi ritenuti “certi nella loro esistenza”, ovvero che non dipendono da circostanze aleatorie, bensì sono ragionevolmente sicuri: sono sempre positivi. In questa categoria si considerano, tra gli altri, i guadagni derivanti da cedole delle obbligazioni e dividendi delle azioni, interessi dei conti correnti e dei certificati di deposito, proventi dei pronti contro termine; inoltre, anche se sembra strano (ed in effetti, a ben vedere, lo è…), nei redditi di capitale rientrano anche i guadagni realizzati su fondi comuni, sicav ed etf (ma non le perdite realizzate tramite questi prodotti, che sono considerate invece redditi diversi). I redditi di capitale non sono mai compensabili, e vengono tassati immediatamente tramite l’applicazione dell’aliquota prevista (attualmente il 26% dei guadagni, tranne per titoli di stato ed equiparabili ai quali viene applicata l’aliquota del 12,5%).
  • redditi diversi (capital gain): sono i profitti “incerti non soltanto nell’ammontare, ma anche nella loro esistenza”, perché dipendono da circostanze non predeterminate, ad esempio il comportamento degli investitori o l’andamento dei mercati finanziari: a differenza dei redditi di capitale, possono essere positivi o negativi. Tipici esempi di questa categoria sono i guadagni derivanti da vendita di azioni ed obbligazioni a prezzi superiori a quelli di acquisto, proventi da certificati strutturati, Etc, Etn e strumenti derivati, operatività in divise estere e, come detto, le perdite derivanti da investimenti in OICR (Organismi di investimento collettivo del risparmio, ovvero fondi, sicav, etf).

RECUPERO MINUSVALENZE ED OTTIMIZZAZIONE FISCALE DEL PROPRIO PORTAFOGLIO

A questo punto, dovrebbe essere chiaro che le minusvalenze realizzate possono essere compensate soltanto con redditi diversi. Quindi, per recuperare il credito fiscale disponibile, soprattutto quello eventualmente in scadenza entro la fine dell’anno, bisognerà disporre in portafoglio di strumenti finanziari sui quali sia possibile realizzare un capital gain: solitamente si tratta di azioni,  obbligazioni, Etc, Etn o certificati con prezzi di mercato superiori al prezzo di acquisto. Merita ricordare nuovamente la regola per quanto riguarda fondi, sicav ed etf, perché in questo caso la norma è davvero controintuitiva. I guadagni generati da questi strumenti finanziari vengono sempre tassati e non possono dunque essere utilizzati per compensare precedenti perdite, nemmeno se queste perdite sono state maturate investendo negli stessi prodotti.

Come dovremo comportarci a questo punto, per non sprecare le minusvalenze in scadenza alla fine dell’anno? Siccome i calcoli ai fini della compensazione delle perdite vengono effettuati “per valuta”, ovvero nel giorno in cui l’operazione diventa rilevante fiscalmente, bisogna ricordare che tutte le operazioni di acquisto e vendita titoli sui mercati quotati vengono regolate a “T+2”, ovvero 2 giorni lavorativi successivi a quello in cui viene eseguito l’ordine. Se ci siamo accorti all’ultimo di avere delle minusvalenze in scadenza, dovremo quindi fare i calcoli per vendere in tempo utile i titoli sui quali stiamo guadagnando, affinché la valuta rientri ancora nell’anno corrente e sia quindi possibile compensare le perdite nell’anno in corso.

Una volta che siamo certi che l’operazione possa essere eseguita nei tempi corretti, faremo ancora una valutazione in merito alla convenienza della stessa, tenendo presenti i costi di negoziazione ai quali andremo incontro, che potrebbero renderla non efficiente. Solitamente, comunque, i vantaggi del recupero fiscale delle perdite sono molto superiori ai costi di transazione: recuperare soltanto 200 euro di minusvalenze, ad esempio, significa risparmiare fino a 52 euro di tasse sui guadagni! Questo spiega perché è necessario analizzare la propria situazione fiscale in prossimità di ogni fine d’anno: ottimizzare fiscalmente il dossier titoli è sempre una operazione fondamentale per migliorare il rendimento complessivo netto dei propri investimenti, ed è un peccato non sfruttare eventuali minusvalenze disponibili! (Spesso infatti ci si concentra sui rendimenti lordi dei vari strumenti finanziari, ma si trascura l’effetto che le imposte hanno sul risultato effettivo che ci si mette in tasca)

LA BANCA SI OCCUPA DI FARE I CALCOLI, NOI CONTROLLIAMO

Se abbiamo rispettato le regole descritte sopra, non dovremo invece preoccuparci per quanto riguarda i conteggi. Infatti, nel regime di risparmio amministrato è la banca ad occuparsi di tutto ciò che riguarda la fiscalità, poiché agisce come “sostituto di imposta”, ovvero esegue i calcoli ed i pagamenti per nostro conto. Sul conto corrente verranno regolate le operazioni al netto dell’effetto fiscale, ed a noi spetterà soltanto il compito di verificare che tutto sia stato fatto nella maniera corretta. In caso di dubbi, potremo sempre chiedere al nostro consulente o all’addetto della banca chiarimenti in merito.

Riassumendo, che cosa abbiamo imparato?

  • Controllare la situazione del proprio “zainetto fiscale”, e verificare quanti crediti sulle minusvalenze sono in scadenza ad ogni fine d’anno;
  • Verificare se nel nostro dossier titoli vi sono investimenti sui quali è possibile realizzare un profitto compensabile (capital gain);
  • Ottimizzare sempre fiscalmente il portafoglio sfruttando le minusvalenze pregresse prima della loro scadenza (4 anni dopo quello di maturazione);
  • Fare attenzione alle tempistiche di esecuzione delle operazioni per rientrare nei calcoli di fine anno, tenendo conto dei giorni lavorativi.
     

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