Aiuto, sta tornando l’inflazione? Come posso difendermi?

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Gli ultimi dati sull’inflazione, comunicati nelle scorse settimane, hanno restituito dati contrastanti tra la situazione dell’Unione Europea e quella dell’Italia.

DEFLAZIONE IN ITALIA, INFLAZIONE IN EUROPA

Molto probabilmente, infatti, avrai appreso dai mezzi di informazione che l’Italia è tornata in deflazione, cosa che non accadeva dal 1959: l’Istat ha diffuso il dato preliminare del consuntivo 2016, che indica una diminuzione complessiva dei prezzi al consumo dello 0,1% rispetto all’anno precedente. Nonostante il rialzo del costo dell’energia negli ultimi mesi (per via delle quotazioni del petrolio in recupero), l’indice dei prezzi riassuntivo dell’intero anno è calato, seppur di poco, soprattutto a causa di tre settori economici che sono risultati “deflattivi”: le comunicazioni, le abitazioni e l’istruzione. La deflazione non è certo un dato confortante per l’economia italiana, poiché dimostra che gli italiani hanno ancora poca fiducia nella ripresa economica e preferiscono limitare gli acquisti di beni, in tal modo inducendo industrie e distributori a mantenere i prezzi bassi per incentivare la propensione alla spesa.

Situazione ben diversa è quella che si registra a livello paneuropeo nello stesso periodo. L’Eurostat ha segnalato un incremento dei prezzi al consumo nel corso del 2016 pari all’1,1% in Europa, il valore più alto da 39 mesi e decisamente superiore alle stime degli analisti. Tale valore, che si riferisce all’inflazione cosiddetta “headline“, ovvero complessiva, è stato influenzato anche in questo caso dall’aumento dei prezzi dell’energia, ma anche da quelli dei servizi, degli alimentari, di alcool e tabacco. Esiste anche un altro dato, definito “inflazione core“, che esclude dalle rilevazioni i prezzi del settore energetico e di quello alimentare, solitamente più sensibili alle variazioni di breve periodo: l’indice core, sempre nel 2016, è cresciuto dello 0,9%, confermando dunque una inversione di tendenza per quanto riguarda l’inflazione europea, come evidenziato dal grafico sottostante (linea viola; il valore dell’inflazione è indicato dalla scala di sinistra):

LA BCE INIZIA A SPERARE CHE L’INFLAZIONE STIA TORNANDO

E’ necessario, a questo punto, ricordare che l’inflazione è il principale elemento di attenzione del mandato conferito alla BCE (Banca Centrale Europea) nello svolgimento delle sue mansioni: l’obiettivo dichiarato da sempre è un tasso di inflazione “vicino ma inferiore al 2%”. In altre parole, il governatore della BCE dovrebbe sempre agire con l’intento di favorire una crescita moderata dei prezzi al consumo anno dopo anno, in modo da sostenere la crescita economica del Vecchio Continente senza però “surriscaldare” l’economia stessa portandola ad eccessi poco salutari. Negli ultimi anni, la crisi finanziaria che ha coinvolto l’Unione Europea ha sempre mantenuto il dato dell’inflazione su valori ben inferiori al 2%, inducendo la BCE a promuovere un massiccio allentamento quantitativo (“quantitative easing“, o QE) per cercare di aumentare la liquidità a basso costo disponibile per i consumatori e di stimolare così l’economia. Il dato di dicembre dovrebbe quindi essere accolto con soddisfazione a Francoforte, dove sperano che le rilevazioni dei mesi successivi confermino l’aumento dell’inflazione in maniera stabile sul medio-lungo periodo. Se ciò avvenisse, la BCE potrebbe finalmente rivedere la sua politica ultra espansiva, riducendo ulteriormente o eliminando il QE e riportando progressivamente i tassi ufficiali di interesse in territorio ampiamente positivo.

Una evoluzione in questo senso della situazione dei tassi di interesse europei potrebbe tradursi in brutte sorprese per gli investitori che detengono obbligazioni a tasso fisso. Abbiamo già approfondito in un altro articolo (che puoi leggere cliccando qui) la relazione esistente tra l’andamento dei tassi di interesse ed i prezzi delle obbligazioni, per cui sappiamo che un aumento dei tassi comporterebbe perdite in conto capitale per chi detiene bond a tasso fisso. Che cosa fare allora? Tra gli strumenti finanziari disponibili per ridurre questo rischio e per difendersi da un aumento dell’inflazione nei prossimi anni sono da considerare sicuramente le obbligazioni “inflation linked”, ovvero legate all’andamento dell’inflazione stessa: in parole semplici, una parte del loro rendimento dipende dalle rilevazioni del tasso di inflazione, più questo è alto e maggiore sarà il ritorno economico per il detentore di questi titoli. Conosciamo meglio questo tipo di obbligazioni.

LE OBBLIGAZIONI INFLATION LINKED: COSA SONO, COME FUNZIONANO

Le obbligazioni inflation linked sono emesse quasi sempre da stati, enti sovranazionali o società private (il volume delle emissioni private, molto diffuse fino ad alcuni anni fa, si è tuttavia drasticamente ridotto negli ultimi tempi). Di solito, una differenza rilevante tra i titoli degli enti pubblici e quelli dei privati sta nella formula dell’indicizzazione, che nel caso degli emittenti privati risulta spesso più complessa nella struttura. Ovviamente è differente anche la tassazione, che è attualmente al 12,5% per i titoli di stato ed i sovranazionali ed al 26% per le emissioni di società private. In questa analisi ci concentreremo per semplicità di esposizione sui titoli di stato.

In Italia sono piuttosto conosciuti i titoli di stato collegati all’andamento dell’inflazione europea (chiamati BTPei) e dell’inflazione italiana (BTPi). Il funzionamento è piuttosto semplice: ciascun titolo ha un rendimento nominale della cedola, che viene poi moltiplicato per il coefficiente di indicizzazione (ovvero un valore che si adegua all’andamento dell’inflazione di riferimento) per determinare il rendimento cedolare reale dell’obbligazione. Ovviamente, maggiore sarà l’inflazione registrata e più alte saranno le cedole riconosciute all’investitore. Inoltre, a scadenza, anche il valore nominale dello strumento verrà moltiplicato per il coefficiente di indicizzazione, garantendo in tal modo una protezione del capitale investito dagli effetti della crescita dei prezzi; nel caso del BTPi, la rivalutazione del capitale viene riconosciuta ad ogni stacco cedola semestrale, in questo modo “anticipandone” il rimborso rispetto a quanto accade per i BTPi e, in generale, per gli strumenti inflation linked emessi da governi ed enti sovranazionali.

I BTP collegati all’inflazione italiana (conosciuti più comunemente come “Btp Italia“) hanno una ulteriore particolarità che li distingue da quelli legati all’indice dei prezzi europeo, peculiarità che assume notevole importanza in questo momento in cui, come detto in apertura, l’Italia è entrata in deflazione. Infatti, il coefficiente di indicizzazione per cedole e capitale prevede un “floor” al valore nominale, impedendo in tal modo che il rendimento complessivo del titolo possa ridursi in presenza di deflazione: una buona notizia per i detentori di Btp Italia.

C’è ancora un aspetto interessante da analizzare, relativo al movimento dei prezzi di mercato di questi titoli. Se il rimborso dei titoli, infatti, è garantito al valore nominale anche nel caso – improbabile, ma non impossibile – di una deflazione perenne durante tutta la vita dell’obbligazione, nel corso del tempo il prezzo di quest’ultima si muoverà non soltanto in funzione dello “stato di salute” dell’emittente e dell’andamento dei tassi di interesse, ma anche delle attese di inflazione futura. Introduciamo al proposito il concetto di “break even inflation“, che potremmo tradurre in “livello di inflazione a pareggio”: in sostanza, è l’inflazione che viene calcolata confrontando il rendimento di un titolo di stato nominale con un altro, dello stesso emittente, collegato all’inflazione avente analoga scadenza, ipotizzando che i due strumenti debbano avere sempre un rendimento molto simile per via dell’efficienza di mercato (in realtà il calcolo implica anche altre variabili secondarie, che tralasciamo per semplicità). In ogni momento, il mercato fa delle “scommesse” sull’inflazione futura attesa, basandosi su elementi macroeconomici, ed in base a ciò prezza i bond inflation linked per “ottenere” il rendimento desiderato. Ogni volta che l’inflazione effettiva risulterà in seguito più alta rispetto alla break even inflation, detenere un bond inflation linked costituirà un vantaggio rispetto ad un investimento in titoli di stato a tasso fisso.

COME INVESTIRE SULL’INFLAZIONE?

Quali soluzioni offre il mercato per chi desidera inserire nel proprio portafoglio una quota di titoli indicizzati all’inflazione? Per quanto riguarda i titoli in Euro, oltre allo stato italiano, anche altri Paesi europei propongono sul mercato emissioni inflation linked: Spagna, Francia, Germania e Grecia. Vi sono poi emissioni della BEI (Banca Europea per gli Investimenti), ed obbligazioni legate all’inflazione emesse da banche e società private. A livello mondiale, diversi Paesi sviluppati offrono titoli del debito pubblico il cui rendimento è collegato all’indice dei prezzi al consumo (piuttosto conosciuti i TIPS americani), però sono obbligazioni emesse nelle divise dei rispettivi Stati. Una curiosità: i bond di Canada, Giappone e Regno Unito non prevedono la protezione del capitale al momento del rimborso, per cui in caso di deflazione l’investitore percepirà un importo inferiore a quello versato in fase di sottoscrizione. Tra i Paesi emergenti, invece, gli emittenti sono ancora numericamente ridotti (concentrati soprattutto in America Latina, dove Brasile e Messico la fanno da padroni). Se non si sa o non si vuole scegliere singoli titoli, magari perché il patrimonio da dedicare a questo investimento è ridotto, ci si può rivolgere a Etf e fondi di investimento che investono in via esclusiva o prevalente in questo tipo di obbligazioni: ne esistono parecchi, e la scelta consente a chi li sottoscrive di definire anche l’area geografica su cui si vuole puntare.

In entrambi i casi (singoli titoli o Oicr), il suggerimento è di considerare l’investimento sul tema inflazione come un asset di medio/lungo periodo: da un lato, infatti, è molto difficile prevedere con esattezza l’evoluzione dell’inflazione, spesso soggetta a effetti estemporanei che ne determinano inattese variazioni, dall’altro si è verificato diverse volte – come accaduto a dicembre – che gli aumenti dell’inflazione si manifestino in maniera repentina ed improvvisa, non consentendo di beneficiare dei rialzi se non si è già investiti in strumenti collegati.

     

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